Nato a Ferrara nel 1857, Giovanni Mentessi si formò tra Ferrara, Parma e Milano, dove entrò in contatto con l’ambiente progressista di Brera e con figure di spicco della nuova pittura lombarda. Dopo gli esordi come scenografo e disegnatore architettonico, si affermò come pittore di paesaggio e interprete sensibile del realismo sociale, distinguendosi anche nell’illustrazione e in un’attività didattica improntata all’innovazione.

Tra il 1900 e il 1910 raggiunse la piena maturità artistica, segnando il passaggio da un verismo di denuncia a un linguaggio simbolico più introspettivo e spirituale. La sua reputazione crebbe grazie alla capacità di intrecciare impegno sociale, tensione etica e una tecnica sempre più raffinata, in dialogo con le ricerche divisioniste. Parallelamente si consolidò il suo ruolo di docente, con incarichi direttivi e l’introduzione di metodi didattici sperimentali, fino alla nomina alla cattedra di prospettiva e scenografia nel 1907.

In questo contesto si colloca Milano che lavora (1909), un’opera a gessetti su carta che restituisce con rara intensità l’atmosfera della città industriale d’inizio secolo. La scena mostra una Milano operosa, avvolta dai fumi delle fabbriche, mentre sullo sfondo si riconoscono il Duomo, Porta Ticinese e il campanile di Sant’Eustorgio. La veduta, colta dal Naviglio in una mattina brumosa, è immersa in una luce incerta: poche lampade rischiarano il grigiore lombardo, accompagnando i lavoratori che si avviano alle loro mansioni quotidiane. Ne emerge non solo un paesaggio urbano, ma il ritmo stesso della città moderna, sospesa tra fatica, trasformazione e dignità del lavoro, incubando già i verticalismi e la dinamicità della futura e futurista "città che sale".

(GCB)

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